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"O Palco 'e ll'Assurd"
(Il palco dell'assurdo)
Nda vit t mbar chell c t fann.
Chell c t rin pò, rin c si malamend
vang a dic c t stiv sul difendend.
Cum è sta vit s perd l’ammor??
Cum è a cas senz e przon c c abbitn a lindern
Cum è a guerr senza capi o stat.
O staj sott o staj ngop, semb na vit faj
s staj sott'o chiù fess t po cummannà
s staj a cop faj o fess e cumman,
però c sta semb nu fess chiù fess……
A vit m par o palco scenico re fess…..
Stong semb in panchin
azz, m par c song o Mister.
Chi m chiamm
Bro, Fratè, Fratm, Albeè.
Oppur semblicemend Maestro……
Di cosa, non lo so…….
Pensiero filosofico:
Scrivo da dentro il palco, non da fuori. E mentre guardo questa vita recitare, mi chiedo: chi comanda davvero? Quello che sta sopra comanda perché è più fesso, o perché gli altri glielo permettono? E chi sta sotto, è libero o rassegnato? Io mi sento il Mister in panchina — non il capo, non il servo, ma quello che vede. E forse vedere è già un atto di libertà.
L’amore se ne va quando fingiamo. La casa senza preghiere è vuota perché nessuno ci crede più dentro. La guerra non ha capi perché ormai comanda da sola.
E io, che mi chiamano Maestro… maestro di che? Di silenzi? Di domande?
Forse la verità non è nel comando, né nella ribellione. È nel non recitare. Nell’essere, anche solo un attimo, fuori dal palco.